Cosimo De Leo

messaggeroCosimo De Leo debutta giovanissimo nel giornalismo come redattore dell'agenzia "Unipress". Gira mezza Europa a caccia di notizie sui grandi fatti di cronaca. Da freelance intervista latitanti e bancarottieri in fuga dalle patrie galere. Poi diventa corrispondente de "Il Giornale" di Indro Montanelli. Inchieste sulla politica, sull'applicazione della legge 180 che impone la chiusura dei manicomi, sulla mafia, sulla 'ndrangheta e sul (mal) costume sono il suo pane quotidiano per oltre quindici anni. È l'unico giornalista a intervistare la madre di Antonino Carollo, principale imputato del processo "Duomo connection" che per la prima volta svela i rapporti tra politica milanese e mafia. De Leo è anche il primo giornalista italiano a scrivere del ruolo di Rocco Papalia, boss di una delle 'ndrine più spietate e potenti della 'ndrangheta calabrese che ha messo radici in Lombardia. Passato al gruppo Class editore diventa in pochi mesi direttore e consigliere delegato di Campus, la rivista che si occupa di orientamento all'università e al lavoro.

Che cos'è Il Messaggero di Dike?

"Prima vale la pena raccontare cosa non è. Non è un libro storico. Narra vicende attuali. Attualissime. Dalla storia, prende in prestito alcune leggende e le fa proprie trasformandole in un ipotetico filo conduttore che aiuta il lettore a comprendere alcuni episodi".

Il libro ha due livelli narrativi...

"Uno reale, l'altro onirico. All'inizio entrambi viaggiano su percorsi paralleli e sembrano non avere punti in comune. Poi, a poco a poco, i due livelli si sovrappongono sino a quando si fondono. A quel punto è il lettore che deve individuare sino a che punto quel che legge è la realtà in cui si muove il protagonista, oppure è opera del suo inconscio."

Chi è Dike?

"Dike è la dea della Giustizia dell'antica Grecia. I Greci la chiamavano Dike, i Romani Iustitia. Era una delle poche figlie di Zeus che non viveva sull'Olimpo. Suo padre l'aveva inviata tra gli uomini affinché evitasse conflitti, odio, dolore. È evidente che il suo compito non è stato ancora assolto".

Il dolore del protagonista è il dolore di tutti noi di fronte all'ingiustizia. Quando quella terrena non funziona a che cosa è possibile aggrapparsi, in chi o cosa si può sperare?

"Quando equità, conoscenza, equilibrio, quindi giustizia, vengono calpestati scatta il desiderio di una giustizia superiore che ripari i danni provocati dall'uomo, da uno Stato incapace di rispettare i principi che esso stesso si è dato. Quest'impulso può essere razionale o irrazionale, terreno o sovrannaturale, comunque scaturisce e difficilmente si placa".

Un luogo sotterraneo, reperti archeologici di provenienza sconosciuta, un'armatura e un altare per riti sacrificali: un perfetto scenario per una tragedia. È il palcoscenico ideale su cui i personaggi del libro possono rappresentare se stessi e i loro segreti. Chi o che cosa li ha condotti sino lì?

"Roma è ricca di siti come quello descritto nel libro. Io stesso ne ho visitati alcuni. I protagonisti sono stati condotti lì dalle loro scelte quotidiane. Del loro presente, ma anche del passato. Chi è alla ricerca del potere, chi della conferma della propria condizione sociale, chi del riscatto di una vita senza ideali".

Il finale del libro è cruento. L'odore del sangue è intenso. Ancora una volta sembra che un incubo sia diventato realtà. È davvero così?

"È l'esempio di quel che dicevo prima. In questo capitolo il livello onirico del racconto si fonde con quello reale e la rappresentazione che ne deriva è una nuova tragedia che investe il protagonista".

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